Vincitori VIII ed.

Poesia inedita

1. Graziella Collina – “Zombie” – Monterenzio (Bologna)

Una ballata dai macabri ritmi che rievoca l’ambientazione tipica delle saghe horror medievali. Una discesa infera che, con passo cadenzato e serrato, seduce il lettore nell’incedere ineluttabile verso la morte, inesorabile destino al quale è impossibile sfuggire. Convivere con il proprio cadavere, con una putrefactio che si sconta vivendo, con una fame che attanaglia, sono presentificazioni di un delirio costante, universale ed eterno. Nel continuo interscambio tra elementi reali e immaginari si crea una percezione surreale della realtà, una realtà incorniciata nell’angoscia eterna della vita non vita. Dunque, un testo che riesce a condensare tutta la meravigliosa inquietudine di un genere che, espresso in poesia, spesso fatica a decollare verso un livello così alto e con risultati di profonda evocazione e suspense. La tensione è sempre al massimo quando si procede di pari passo con la morte poiché essa è, ancora oggi, il tabù dei tabù. La rappresentazione poetica, pertanto, trova il suo senso nella drammaticità della funzione di memento mori e ricorda come in verità non sia la morte lo spettro terrifico ma l’assenza di vita.

2. Sergio Giovannetti – “Olocausto” – Vinci (Firenze)

Essere l’offerta sacrificale, essere scarnificati da un rito sacro d’immolazione a un demone assetato che semina follia, sentirsi consumati e inceneriti dopo il pranzo riservato agli dei. Questo il tema di una lirica in cui versi potenti narrano una realtà orrida e drammaticamente attuale. Versi che danno una scossa al lettore catturato da un ritmo che si arrotola su una danza di metafore serrate nell’orrore, dove il susseguirsi delle strofe tratteggia un’anima in frammenti, che si mostra come mirabile scempio nel gioco riflesso degli specchi.

3. Luigi Cristiano – “Vampyr” – Loro Ciuffenna (Arezzo)

Una lirica melanconica che canta la rimembranza di un tempo di speranza. Il ricordo di quando l’amore poteva avere un calore e un colore vivido di anima salva. Essere stati umani proiettati all’amore che adesso, irrimediabilmente perduto, resta soltanto il rintocco perpetuo delle campane a morto che si ripresenta ossessivo e regolare, come l’alternarsi continuo delle terzine. Potente è il ruolo giocato dalla dimensione simbolica nella funzione di evocazione del tempo perduto. Un simbolo che consegna al lettore la piena presenza del valore della perdita e dell’assenza, della nostalgia per l’esperienza autentica dell’essere vivente.

Premio Speciale della Giuria

  • Elena Angela Pera – “La ballata delle lettere scarlatte” – Masate (Milano)

Una ballata che costudisce un segreto, che si potrebbe manifestare improvviso, sbucare inaspettato sotto l’intrico di elementi che in superficie ne celano la trama. Una presenza evocata dal fedele ritornello che ossessivo ricorda, esplicitamente, il nascondimento operato nel mondo dell’ombra e del taciuto. Lettere scarlatte che potenti stabiliscono legami di sangue con la parte nascosta del mondo che separa il falso dal vero, che proietta nell’oscurità la verità. Una poesia che si articola in un verso legato ad altri incatenati come incatenanti sono le parole scolpite dalle lettere scarlatte, impresse sulla pelle come marchio indelebile di colpa.

Finalisti pari merito (in ordine alfabetico)

  • Francesca Berti – “Con gli Occhi di un Vampiro” – Pisa
  • Fabiano Braccini – “Maghi, Streghe, Gnomi e… una Fata” – Milano
  • Davide Caputa – “Unicorno” – Genova
  • Erika Caser – “L’albero di Damocle” – Merano (Bolzano)
  • Sandro Fossemò – “Il Pipistrello” – Roseto degli Abruzzi (Teramo)
  • Diana Daniela Gallese – “Akelerra, il Sabba delle Streghe” – Luco dei Marsi (L’Aquila)
  • Serena Gatta – “La storia di Antea” – Gardone Val Trompia (Brescia)
  • Marco Gelli – “Ade” – Piombino (Livorno)
  • Elisa Longoni – “Mostri e diavoli” – Gravellona Toce (Verbania)
  • Domenica Magnano – “Un altro uomo perso” – Siracusa
  • Marina Malizia – “La strega” – Roma
  • Marco Marra – “Lycanthropus” – Milano
  • Roberto Marsiglia – “Prigioniero dell’Eternità” – Chiavari (Ge)
  • Alice Mazzola, Simone Barsanti – “Ricordo la luce” – Firenze, Lucca
  • Andrea Moretti – “Stupro” – Chieti Scalo (Chieti)
  • Paola Paradisi – “Creature incantate” – San Vincenzo (Livorno)
  • Manuel Pellegrino – “Amoremorte” – Caraglio (Cuneo)
  • Alessandro Porri – “Un viaggio per un sorriso” – Roma
  • Donatella Sarchini – “Il volo delle fate” – Milano
  • Jessica Tommasi – “Vita seconda” – Foligno (Perugia)
  • Giusy Vanni – “Licantropa” – Camaiore (Lucca)

Racconto inedito

1. Lea Valti – “Primarosa” – Roma

Primarosa è un racconto ammaliante, imperniato delle atmosfere gotiche paradigmatiche del grande racconto fantastico. Protagonista e narratrice è una fanciulla, soprannominata appunto Primarosa, nella quale paiono echeggiare le iconiche eroine di Samuel Richardson o Ann Radcliff. Ultima figlia di una famiglia aristocratica della provincia pavese poco dopo la metà del Settecento, la ragazza fin da piccola mostra un carattere indipendente, riottoso e testardo, e stabilisce una profonda corrispondenza affettiva solo con sua nonna, figura intrigante ed enigmatica, con la quale nel tempo sviluppa un rapporto tanto tenace quanto esclusivo. Unica altra presenza nella loro vita è quella di un misterioso gentiluomo dai modi ricercati e dalla fascinazione sfuggente e impenetrabile. Allo sbocciare della piena bellezza di Primarosa, la verità finalmente si schiude, in un vortice narrativo sempre più angosciato e staffilante: un bacio di sangue legherà fatalmente la ragazza al tenebroso gentiluomo, allo stesso modo di come aveva legato tante altre Primarosa prima di lei, predilette di un vampiro immortale, morbosamente innamorate e dipendenti. Sostenuto da un possente contorno storico, di cui sono abilmente sfruttate le sopraffine suggestioni ambientali, sfumate di nebbie e di leggende, il racconto di Lea Valti aderisce con sapienza alla tradizione letteraria del romanzo nero più forbito: con una prosa tanto ricca quanto evocativa, alimenta un crescendo avvolgente di particolari via via sempre più inquietanti, fino allo svelamento di un elemento sovrannaturale romantico e torbido, metafora veemente di ambiguità adulte, di eleganza incantevole e seducente oscurità.

2. Micol Fusca – “Crocefissa” – Montebelluna (Treviso)

Sono righe asciutte, preziose e taglienti, di una maestà raffinata spezzata di dolore e di rabbia, quelle di Crocefissa. Di Agnese, la deliziosa straniera gentile che ha aiutato tante donne a partorire, non resta che un corpo scempiato. La Strega, quella che danza sola nella brughiera e che sembra sapere così tante cose, sta per finire nel fuoco di un giusto castigo. Immobile di fronte al rogo, il figlio di Agnese osserva. Il piccolo Giacomo non versa una lacrima, ma osserva e comprende. Lui, come la madre e a differenza di tutti gli altri attorno, sa. Quella scena tanto cruda da essere irreale lo istruisce su quale senso abbiano davvero i concetti più profondi di libertà, di empatia e di tolleranza; in silenzio, intuisce quale sia il reale e tremendo significato della paura negli uomini e delle conseguenze aberranti che essa può avere. Agnese, donna dal cuore buono ma dalle origini estranee, ha avuto il dono e la maledizione di saper ascoltare, di voler conoscere, e di interpretare la vita come propria. Insopportabile, per chi non può capire. Ma il ragazzino, carne della sua carne e spirito del suo spirito, lo fa. E allora, mentre in nome di un dio codardo le fiamme consumano la strega terminando orrendamente il suo strazio, un giovane demone prende coscienza di sé. Quella di Micol Fusca non è una storia di paura classica, ma un racconto in cui è la paura in sé a rappresentare il più tremendo dei mostri, per la sua tetragona prossimità, connaturata in fondo in ognuno. Se il sovrannaturale qui esiste, è in queste pagine qualcosa di molto umano, ma più che mai soffocante e irriducibile. Racconto potente, dalla costruzione sofisticata, di grande eleganza formale e di formidabile impatto atmosferico.

3. Ughetta Aleandri – “L’ultimo addio” – Foligno (Perugia)

Anche la Morte può piegarsi alla forza inestinguibile dell’amore, e accettare di lasciar andare una delle sue prede fatali. Ma la Morte, sottile e ironica, il mondo lo conosce assai bene: sa come agire per avere sempre un ottimo tornaconto, e sa che gli uomini, anche nella più sfrenata delle proprie ambizioni, restano sempre fragili – a maggior ragione quando sono innamorati. In una notte dalle tinte classiche dell’orrore, si compie la più estrema delle anabasi amorose: il cuore di Luca è splendente di passione e di speranza, ma è tutto ciò che di lui è restato integro. Agli occhi di Laura, già distrutta per il dolore della recente perdita dell’amato, si presenta, riemersa dal regno delle ombre, una creatura devastata, corrotta e disfatta: uno zombie irriconoscibile e infine insopportabile, anche alla luce del tanto amore vissuto e di tutto il disperato desiderio di ricongiunzione. L’ultimo addio, il saluto tra i due disgraziati amanti è terrificante e insensato, e aggiunge un epilogo crudelmente grottesco alla tragedia di un distacco straziante. In un racconto cupamente brillante, costruito su toni descrittivi licorosi e sinistri e scandito dal principio alla fine da uno sfuggente sogghigno amaro, Ughetta Aleandri si fa acutamente beffe di ciò che in ogni tempo viene definita la più grande forza immortale e della poesia con cui viene omaggiata. Thanatos, sovrano definitivo del mutamento, irride Eros, le calde preghiere a cui gli uomini si aggrappano e le consolazioni con cui tentano di proteggersi.

Premio Speciale della Giuria

  • Fabrizio Di Filippo – “Esistenza limitata” – Treviso

In fondo, non è scritto da nessuna parte che una buona apocalisse zombie debba necessariamente avere tratti roboanti e catastrofici, specie in un mondo dove la sensazionalità di ogni cosa viene immediatamente digerita in una diffusa e generica banalità. Fabrizio Di Filippo immagina proprio un piccolo virus discreto, che non sconvolge e sostanzialmente non rende più mostruosi che non certe altre esistenze. Un modesto impiegato di una moderna azienda muore e non muore: la sua vita continua a trascinarsi in una sorta di goffa e innocua imitazione della precedente esistenza. Attorno a lui, una piccola società scarrocciante nell’alienazione reagisce senza scomporre troppo le abitudini consuete. Non sono qui gli orrori grandguignoleschi a sostenere il racconto, o tantomeno il romantico terrore del sublime, bensì la paradossale e inattaccabile ordinarietà in cui si trova ad affondare la vicenda: il politicamente corretto spazza via tutti gli echi classici del raccapriccio e la tradizione letteraria centenaria del morto che torna alla vita si stempera nei termini asetticamente decenti della definizione, appunto, di individui a esistenza limitata, creature quiete e ottuse, vivacchianti, per gli altri più ragione di imbarazzo che vertigine su un oscuro eterno, che richiamano un po’ alla mente certe visioni surreali di Italo Calvino e di Stefano Benni. Una critica spiazzante, dove più del mostro convenzionale finisce per far paura, e molta, la schiacciante stolidità dell’ordinario.

  • Roberto Marsiglia – “Pecunia non olet” – Chiavari (Genova)

Non sappiamo se esista davvero qualcosa che si può chiamare anima, ma al di là della sua sfuggevole essenza, per certo sappiamo che essa ha un prezzo. E dall’Antico Testamento a Thomas Mann passando tra gli altri per Christopher Marlowe, dobbiamo riconoscere che di essa è sempre fiorito un variegato mercato. Tuttavia, se in passato si mercanteggiava per contropartite di un certo calibro, per lo meno ai limitati occhi umani, quali la Conoscenza, nei tempi più contemporanei il prezzo si fa semplicemente in denaro, cosa che generalmente chi è interessato a un simile genere di acquisti non considera più che una pinzillacchera. Pecunia non olet è una strana trattativa tra un insidioso compratore e un giovane confuso. In apparente punto di morte, consunto dal tempo e dalla malattia, il primo convince il secondo a donargli lo spazio della propria anima. Ma qual è il giusto prezzo? Non più di quello che solleva da un’esistenza di frustrazioni, eliminando le angosce per il futuro del nucleo famigliare. Non ci sono più aspirazioni superiori, prospettive di elevazione a levature proibite, orizzonti di potenze o piaceri umanamente inaccessibili: ogni curiosità è atrofizzata. Si fa un bieco conto della serva, e basta blandire un po’ il venditore per abbagliarlo e fargli perder la coscienza di ciò che sta facendo: non per suo scetticismo, ma per la triste e ordinaria grettezza con cui egli giudica. Il compratore, in fin dei conti, vuol solo fare un affare, e la truffa grossolana con cui il giovane si condanna finisce per parerci, anche più che inevitabile, adeguata.

  • Davide Staffiero – “Sole d’agosto” – Torricella (Svizzera)

Non è il clima oscuro del fantasy tradizionale a pervadere il racconto, breve e incisivo, di Davide Staffiero, bensì un hotel di lusso della costa toscana. Un’ospite speciale si cela dietro le spesse cortine dell’esagerata suite. Elizabeth è una vampira sconvolta per un amore perduto. Un suo simile. Tra le pose languide da diva bruciata e le pulsioni bestiali da non-morto corrotto, indugia nei luoghi e nei ricordi della sua storia oramai tramontata. Fuori, il brusio, il calore e le storie rumorose di un’estate fremente di animazione un po’ pacchiana; in quella stanza, il tormento solitario di una creatura inumanamente meravigliosa, ma vana: tutti gli orpelli, gli eccessi e le vezzosità proprie di chi può fare di sé pura essenza estetica appaiono solo come dettagli ridicoli di fronte a emozioni umanissime, quali la rabbia figlia della cieca gelosia e la paura invincibile della solitudine. In fondo, persino le eternità sono solo delle prigioni se non si ha vicino qualcuno con chi condividerle. Un’impostazione originale, che mantenendo uno stile ben calibrato, trasmette con efficacia lo smarrimento e il senso di confusione di un protagonista che nella più consueta iconografia letteraria non si può smarrire, abituato ad attraversare i secoli e a librarsi sulle passioni che invece tormentano gli uomini. Vuotezza e oscurità non sono qui la forza della creatura terribile, i suoi strumenti di ossessione, ma ciò che essa subisce, e dai quali viene condotta alla decisione di perdersi nella luce.

Finalisti pari merito (in ordine alfabetico)

  • Franco Amato – “Helèna” – Lucca
  • Marco Bertoli – “Cacciatrice di taglie” – Pisa
  • Alessandro Besio – “L’ultimo racconto di Domenico Martini” – Asti
  • Matteo Bonelli – “Gocce” – Scandicci (Firenze)
  • Marco Bonini – “Il declino degli Dei” – Castiglione di Garfagnana (Lucca)
  • Simone Broglio – “I Notturni di Forestano” – Tuscania (Viterbo)
  • Kevin Cantarelli – “Ivan mano di morte” – Bagnolo in piano (Reggio Emilia)
  • Antonio Casamento – “La sfortuna” – Padova
  • Giuseppe Cerniglia – “I Giorni di Lago Nero” – Caccamo (Palermo)
  • Luigi Cristiano – “A sirena” – Loro Ciuffenna (Arezzo)
  • Franco Duranti – “Il Mistero del Frate Bianco” – Jesi (Ancona)
  • Elisabetta Ferri – “Il labirinto” – Caorso (Piacenza)
  • Marco Gelli – “I was a teenage werewolf” – Piombino (Livorno)
  • Francesco Gozzo – “Animali Veloci e Cacciatori Lenti” – Binasco (Milano)
  • Claudio Latini – “Lo sguardo intenso” – Ancona
  • Giorgio Micheli – “L’ultimo vampiro” – Trieste
  • Ivan Monasterolo – “Feris Magi” – Boves (Cnueo)
  • Alessia Piemonte – “Il lupo mannaro” – Trapani
  • Riccardo Rossi – “Notte profonda” – Bollate (Milano)
  • Emanuela Signorini – “Avatar Vibia” – Samarate (Varese)
  • Andrea Guido Silvi – “I gatti e i ragni” – Roma
  • Andrea Spinelli – “La voglia” – Roma
  • Egidio Storelli – “Lorenzino e il guaritore” – Caprarola (Viterbo)
  • Massimo Turrini – “La donna cannibale” – Bologna

Romanzo inedito

1. Lorenzo Bernasconi – “Fame” – Riva del Garda (Trento)

Nel suo romanzo Fame, Lorenzo Bernasconi ci avverte subito che, fin dall’antichità, alcune creature sono sopravvissute alla luce, fondendosi con le tenebre. Ci parla dei Guardiani, che vigilano su questi abissi di oscurità. Una crudele favola della buonanotte da raccontare a un bambino. L’autore passa poi a narrarci della piccola Emma, dei suoi amici, delle loro famiglie. Quando ecco la svolta: basta un momento di empatia, di gentilezza da parte della bambina, per scatenare una serie di eventi a catena inaspettati, un’epidemia di follia. Spezzare il contagio, vincere la fame, salvare un’amica, diventa imperante per i giovani protagonisti. Il linguaggio evocativo accompagna una tecnica narrativa che si avvale dei salti temporali per dipanare la matassa, parola dopo parola, scena dopo scena l’estate trascolora attraverso gli occhi di Emma e dei suoi compagni di avventura. Un’estate di paura, che nulla invidia a quelle narrate da Dan Simmons o Stephen King, una di quelle in cui per affrontare il Male occorre essere innocenti e leali come solo i bambini sanno essere. Una trama avvincente, una lettura incalzante, un romanzo da condividere.

2. Katia Amadio – “Gira le lancette… – Esprimi un desiderio” – Padova

Percorriamo le Ere al ritmo cadenzato del ticchettio di un orologio: Uriele, il presente, Aceldama la morte del mondo. Katia Amadio ci regala un viaggio onirico tra i desideri umani, un sogno nel sogno che segue i contorni dell’infinito. Un intrecciarsi di vite alla ricerca delle proprie radici. L’autrice ci conduce attraverso luoghi e persone; siamo Uriele: come lui percepiamo il presente, attraverso i corpi che indossa percepiamo l’amore, la frustrazione, il desiderio… fino a giungere alla comprensione finale. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato in trepidante attesa di svelare i misteri del presente e del passato.

3. Filippo Salvaterra – “Il rito dei corvi” – Noli (Savona)

Agata è la ragazza di cui non sappiamo nulla: scontrosa, riservata, probabilmente una strega. Franky ne è attratto come da una calamita e noi con lui attendiamo che ogni giorno lei sieda allo stesso tavolo nello stesso locale. Filippo Salvaterra ci presenta personaggi estremamente realistici a cui ti affezioni strada facendo. Ci regala un protagonista in cui è facile immedesimarsi e, se all’inizio il soprannaturale è velato, soffuso, man mano diventa denso come nebbia, fino a prendere corpo, seppur celato dietro una maschera. Nella corsa contro il tempo che travolge noi e i protagonisti pagina dopo pagina, viviamo l’amore, l’amicizia, la paura, il tradimento, la lealtà. Combattiamo il male per la salvezza delle anime, ma la vittoria ha un sapore differente da quello immaginato. Secondo l’autore, alla fine, la scelta è una e, come per tutte le storie che amiamo di più, non è quella facile.

Premio Speciale della Giuria

  • Mara Bruno – “Le tessitrici dell’ultimo giorno – La notte delle nove Streghe” – Roma

Maria Bruno ci conduce per mano sul bordo dell’abisso, ai cancelli dell’apocalisse. I generi si mescolano in questo romanzo, e il soprannaturale si contamina con la fantascienza in un futuristico viaggio ai Confini del Mondo, degni di un inferno dantesco. Umani speciali e Androidi, macchine volanti e deserti di dolore. Case orrende e malsane. Dimenticate le streghe intriganti e seducenti, le fattucchiere sono orrende e terrificanti e preparano il mondo per la sua definitiva caduta nell’Oscurità, un incubo in terra. In pochi possono contrastarle e non senza sacrifici. I fili della trama si dipanano sul telaio del destino e tracciano nel cielo forme oscure di terrore.

Finalisti pari merito (in ordine alfabetico)

  • Wladimiro Borchi – “Il respiro dell’Uno” – Firenze
  • Jessica Capraro – “The Shadow of Water” – Castel Gandolfo (Roma)
  • Gianluca Comunale – “Il portatore di spade” – Domodossola (Verbania)
  • Alessandro Corsi – “Scintille di un falò” – Livorno
  • Silvano Costantini – “I demoni di Xmada” – Genova
  • Paolo De Chirico – “Regina di Sangue” – Cancello ed Arnone (Caserta)
  • Angelo Maria de Marco – “Io, l’erede del Vampiro” – Messina
  • Ornella Fiorentini – “Io parlo alla luna” – Ravenna
  • Delia Giovannini – “Sotto il segno di Ecate” – Firenze
  • Caterina La Verde – “Il tormento oltre la vita” – Genova
  • Francesco Lorusso – “Takez – Guerra tra Nazioni (Vol. 2)” – Manfredonia (Foggia)
  • Iacopo Maccioni – “Colophon” – Lucignano (Arezzo)
  • Francesco Mazzucco – “Il dono del sangue. Il secondo dono” – Limana (Belluno)
  • Elisa Moretti – “Medioevo a schegge” – Orte (Viterbo)
  • Giovanni Moretti – “Batavia” – Milano
  • Flavia Piccolo – “Eunice e lo spirito della casa” – Roma
  • Gabriella Pison – “La casa matrioska” – Trieste
  • Sergio Pozzi – “Benvenuti al Bellevue Hotel” – Bologna
  • Eli Rosso – “Cuore cariato” – Roma
  • Andrea Guido Silvi – “Dalla morte d’un vecchio pescatore…” – Roma
  • Franco Sorba – “Breve trattato di anatomia politica” – Moncalieri (Torino)
  • Elisabetta Tagliati – “Oltre l’abisso” – Novi di Modena (Modena)
  • Samuele Tofoni – “Karen” – Porto Sant’Elpidio (Fermo)
  • Francesco Tonelli – “Vampiro” – Livorno
  • Valeria Zannella – “Incubi e sogni” – Napoli
  • Roberto Zannini – “Nel Castello della Scala” – Cismon del Grappa (Vicenza)

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